Attore di teatro, regista, scrittore e soprattutto teorico: il nome di Konstantin Sergeevic Stanislavskij è noto a tutti gli attori e conosciuto anche da molti profani della recitazione. Nato a Mosca il 5 gennaio 1863 (e morto nella capitale sovietica nel 1938) Stanislavskij è famoso soprattutto per essere stato il teorizzatore dell’omonimo metodo, che ha impresso una svolta nella recitazione e ha portato il teatro – e il cinema – nella modernità.

Non più semplice maschera da indossare nella frazione del palcoscenico, la recitazione diventa approfondimento psicologico, studio, immedesimazione. L’attore deve studiare il suo personaggio, elaborare le sue emozioni e condividerle. La recitazione classica poggiava sulla riproduzione di una parte, a sua volta frutto di una profonda separazione concettuale ed emotiva tra il personaggio e l’attore.

Il metodo Stanislavskij (definizione impropria, perché quelle del teorico russo furono idee e suggestioni descritte in due libri molto famosi, Il lavoro dell’attore su se stesso e Il lavoro dell’attore sul personaggio; fu poi l’attore, regista e insegnante Lee Strasberg a sintetizzarle in un vero e proprio metodo, fatto di nozioni, esercizi etc.) in qualche modo azzera questa distanza, o la riduce di molto. L’attore studia il personaggio alla ricerca dei punti di contatto tra la sua esperienza e quella del personaggio, in nome e alla ricerca della verosimiglianza. Non si tratta di immedesimazione, o annullamento di sé, ma di produzione di una nuova identità, frutto dell’unione tra il personaggio e l’attore.

Suona evidente, visti i tempi e le tematiche trattate, l’influenza della psicanalisi e della psicologia moderna (anche se Stanislavskij non fu mai un fan di Sigmund Freud, preferendo casomai lo psicologo francese Theodule Armand Ribot e il collega americano William James), tanto che il suo metodo è considerato parte integrante della psicotecnica.

Il portato rivoluzionario di Stanislavskij sta nell’idea che interpretare un personaggio, recitare implica un’attività di preparazione, studio e interiorizzazione delle caratteristiche psicologiche e fisiche dello stesso, non più solo e semplicemente riproduzione di una parte. L’influenza di Stanislavskij sul teatro ed il cinema moderni è stata enorme. Intere generazioni di attrici e attori sono cresciuti con i suoi insegnamenti.

In Taxi Driver Robert De Niro ha condiviso per giorni e giorni i turni dei tassisti di New York. Altrettanto sforzo ha compiuto Jack Nicholson per calarsi nella parte di Joker nel Batman di Tim Burton, e così ha fatto anche il suo successore Heath Ledger, che ha invece indossato i panni del perfido pagliaccio nel Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan. E poi Gregory Peck, Ingrid Bergman, Al Pacino, Marlon Brando, Jane Fonda, Philip Seymour Hoffman, Nicholas Cage, Michael Caine, Daniel Day Lewis e tanti altri.

Stanislavskij è colui che ha ripensato in chiave moderna il ruolo dell’attore, fondandolo su solide basi teoriche, e le scuole di tutto il mondo hanno riproposto il suo metodo, primo tra tutti il celebre Actors Studio di New York, terra promessa per generazioni di attrici e attori. Non a caso a dirigerla dal 1950 e fino al 1982 è stato proprio Lee Strasberg. Ed in Italia? Oggi il metodo Stanislavskij viene insegnato in molte scuole di recitazione.

Possiamo indicarne qualcuna che ha tenuto o tiene corsi, senza alcuna pretesa di essere esaustivi. A Milano ci sono la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi e la Scuola di Teatro e Cinema. Chi vive a Torino e dintorni potrà bussare alla porta del Teatro Daimon. A Venezia (una delle città italiane di teatro per definizione, che diede i natali a Carlo Goldoni) c’è Teatrino Zero. Scendendo verso sud, a Roma ci sono l’Accademia internazionale del teatro e l’Accademia di arte drammatica Pietro Scharoff (la prima ad aver utilizzato in Italia il metodo), a Napoli la Scuola di Cinema, a Bari Il Sipario . Il consiglio ovviamente è quello di contattare il centro che interessa e valutare attentamente l’offerta formativa.

La redazione di Socialcasting